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Coaching? No Grazie!

Coaching? No Grazie!

Dovessi rimanere invischiata con uno/una di quelli convinti di avere le chiavi di comprensione della vita, che si definiscono “professionisti del cambiamento”, che inneggiano al positive thinking…

Ma chi si credono di essere? Davvero pensano che qualcuno possa insegnare a me con la mia esperienza quello che devo fare?  Figurini usciti da scuole solo per figli di papà che si vestono, si muovono e parlano in serie?

Questa è l’apoteosi della vanità. Uno degli ultimi escamotages di questa nostra società.

Bhè queste sono alcune delle rimostranze che una certa tipologia di persone sfoggia dinanzi a chi si qualifica come Coach.

Conosco questi meccanismi. Sono incastrati dentro degli archetipi collettivi che invadono le menti di ognuno di noi. A nessuno piace pensare che ci sia qualcuno in grado di sostenerlo, poiché una delle convinzioni -di cui l’orgoglio è nutrimento-è quella di “dovercela fare da soli”, così come che le altrui esperienze non abbiano pari con le proprie. Poi non manca chi si dà ad interpretazioni che fanno convergere su questa figura ruoli da rimpiazzare come quelli del prete di quartiere, del medico condotto, dello sciamano…

Che dire? Siamo anni luce lontani dall’essenza del Coaching.

Le impostazioni di metosirenado del Coaching non hanno a che fare con le retrovie più scadenti della “pseudopsicologia”. Durante le sessioni di coaching accade che la persona trovandosi in condizione di totale e protetta libertà possa sviscerare contenuti privati, ma la finalità è quella di ricondurre il tutto a degli step pragmatici che conducano alla realizzazione di un progetto.

Non un incedere morboso dentro le significanze, ma uno slancio costruttivo verso il dare forma a ciò che non si riesce a manifestare.

In quanto a “farcela da soli” siete veramente certi che sia un plusvalore? Potrebbe anche essere sinonimo di difficoltà nelle relazioni, nell’accogliere, nel chiedere e non ultimo nel ricevere!

Io sono una di quelle persone che potrebbe scrivere libri sull’argomento. Vero è che il condizionamento subito dagli eventi della mia vita ha spostato il mio asse su una forte individualità come unica modalità possibile, però ho voluto il cambiamento e ci è voluto più coraggio a rivedere le mie posizioni che non il contrario.

E’ stato a quel punto che ho realizzato che nel mio percorso in solitaria  in realtà le mie azioni erano state dovutamente condizionate dalla necessità di reazione agli eventi, che poco spazio aveva lasciato all’intento puro, al proponimento costruttivo: un padre che ti riconosce solo nel cognome, la morte di un figlio dell’età di 6 anni, mancanza di riferimenti solidi, perdita del lavoro con mobbing, malattia gravissima in famiglia d’origine.

Ce n’è per impugnare unwarrior mitra non pensate? Invece sono un Coach ed un Terapeuta Energetico.

Questo è accaduto attraverso un processo personale sacro sul quale ho lavorato indefessamente, poi… umilmente mi sono sottoposta anche ad una formazione di tipo didattico per poter formalizzare le mie competenze di vita ed ottimizzarle.

Per cui invito chi si avvicina al mio lavoro irrispettosamente a non suscitare la mia vena “ironica e giocosa” perché non rispondo con modelli stereotipati, ma con la dovuta dose di gentilezza e senza trattenermi oltremodo, potrei contribuire a modificare il loro stereotipo del Coach vacuo e trendy.

Un rischio per chi desidera ancora indugiare nei luoghi comuni.